Adozione, verità e legami che sanno stare
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Ha più di vent’anni.
Ed è un dato che conta, perché rivederla oggi la rende sorprendentemente moderna nel modo in cui si avvicina all’adozione, soprattutto se confrontata con molte narrazioni successive, spesso più rassicuranti che oneste.
Questa miniserie in due puntate mi ha commosso molto. Mi è stata consigliata dall’amica Rosanna Romeo, il cui biondissimo figlio adottato dalla Russia recita con grande spontaneità nella parte dell’amichetto Yuri. Forse anche per questo l’ho guardata con uno sguardo più attento e più coinvolto.
La storia si svela a poco a poco. Un nonno, interpretato da Lino Banfi, perde in un incidente la figlia Laura e il genero Marco e rischia di perdere anche la nipotina Maruška, adottata dall’Ucraina poco prima.
La legge non gli consente di adottarla: ci vuole una coppia di genitori. Il film si muove dentro questa frattura tra legame vissuto e riconoscimento giuridico, senza trasformare il dolore in spettacolo.
Maruška non arriva “vuota” da Kiev. Ha un passato già scritto nel corpo, anche se il film lo mostra in modo composto. La sua sofferenza è silenziosa, regolata nei comportamenti, esplosiva solo nel pianto. Entrambi i bambini del film sono svegli, pronti, cognitivamente integri. Si adattano in fretta.
È una semplificazione che consola lo sguardo adulto e rischia di rinforzare l’idea del bambino adottato come soggetto naturalmente resiliente, anche dopo l’abbandono, i traumi e l’istituzionalizzazione. È il dolore che non disturba, che non scompiglia troppo gli adulti, che non manda in crisi la narrazione.
Dentro questa cornice un po’ addomesticata, però, emerge una figura che rompe lo schema: il nonno Salvatore, colonnello dell’Aeronautica che lavora come meteorologo per una piccola emittente televisiva.
Non è un adulto salvifico che arriva con un progetto. Arriva per relazione. Non aveva raggiunto l’orfanotrofio per “fare il nonno”, ma per conoscere una bambina e sostenere la figlia.
Ed è Maruška, in qualche modo, a sceglierlo, quando si incontrano per caso su una panchina, durante una delle piccole fughe della bimba.
Il film, attraverso questo personaggio, dice una cosa importante senza dichiararla: un bambino adottato non ha bisogno di essere modellato, ma di essere incontrato. Salvatore guarda Maruška con curiosità. Una curiosità rispettosa, che riconosce che a sei-sette anni non si è all’inizio, ma nel mezzo di qualcosa.
Il nonno non pretende la bambina. Non la forza a essere “figlia” o “nipote” nel modo giusto. Le lascia i tempi e, soprattutto, lo spazio interno. Non le chiede di rassicurare, di dimostrare affetto. Le parla come si parla a qualcuno che ha già una personalità strutturata, non a qualcuno da riparare. Non ha bisogno che l’adozione “riesca” in tempi ragionevoli. Ha solo bisogno che quella bambina non resti sola.
Salvatore non ha aspettative. Non porta il carico simbolico del “ti ho scelto”, del “ti ho salvato”, del “ora siamo una famiglia”. E proprio per questo diventa una figura sicura. È una forma di rispetto rarissima, perché riconosce una verità scomoda: l’infanzia adottiva non coincide con l’idea adulta di infanzia.
Spesso i legami più regolanti per i bambini adottati non sono quelli più carichi di ruolo, ma quelli laterali, più liberi, meno esposti alla delusione reciproca. Il nonno non deve dimostrare nulla a nessuno. E la bambina lo sente.
Ho alcuni amici adottati che mi hanno raccontato quanto siano state importanti, a volte decisive, le nonne per la loro crescita nei momenti difficili, quando si sono sentiti più compresi e più riconosciuti.
Per certi versi, il film mostra una competenza affettiva che non passa dalla formazione, ma dall’età, dalla perdita, dalla vita già attraversata. Il nonno sa stare nel dolore perché non lo teme. E quindi non lo rimuove.
Ed è forse lì il messaggio più onesto del film: non sempre si può riparare tutto, non sempre si può sistemare la legge, non sempre si può tenere chi si ama. Ma si può stare. E a volte, per un bambino adottato, è già moltissimo.
La scena in cui Salvatore confessa Maruška le sue bugie è centrale. Le dice la verità sulla morte dei genitori adottivi, le dice che non può tenerla con sé, le dice il suo dolore e la sua impotenza. Non lo fa per alleggerirsi, non chiede consolazione.
Dice la verità perché riconosce il diritto della bambina a sapere. È una verità umile, in cui due dolori, quello di un adulto e quello di una bambina, entrano in comunicazione senza gerarchie. Un gesto etico raro nel racconto dell’adozione.
Accanto a questo, c’è il dono dell’immaginario: l’albero della felicità, le stelle portate dal cielo nella stanza. Sono spazi interni restituiti. In molti contesti istituzionali l’immaginazione viene contenuta per non creare speranze. Qui diventa un linguaggio condiviso, che accarezza il cuore della bambina e le permette di continuare a immaginarsi.
Il film non dà voce piena a Maruška. Resta, in parte, una storia raccontata attorno a lei. Questo è il suo limite. Ma evita l’adottismo più grossolano. Non trasforma l’adozione in favola, non chiede gratitudine, non mette in scena salvataggi.
Rivederlo oggi, sapendo che è del 2004, lascia una sensazione ambivalente. Da un lato la conferma che era possibile raccontare l’adozione con maggiore rispetto già allora. Dall’altro la constatazione che, su alcuni nodi fondamentali, la narrazione pubblica non è avanzata quanto si racconta.
Anche se non è del tutto innovativo, Raccontami una storia contiene una verità che resta attuale: la continuità non è garantita dall’adozione né dalla legge. Dipende dalla qualità morale ed empatica degli adulti che attraversano la vita di un bambino.
E a volte, per un bambino adottato, essere visto, rispettato, non illuso è già moltissimo.