Padri e figlie: quando la perdita dei genitori congela la capacità di amare
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Ci sono film che non solo commuovono, ma continuano a lavorarti dentro. “Padri e figlie” è uno di questi. Ringrazio l’amica Loredana Felice per avermelo segnalato.
Leggi tutto: Fathers and DaughtersPadri e figlie parla di perdita, in quella forma silenziosa e persistente che conoscono bene i figli che restano quando i genitori se ne vanno troppo presto.
La pellicola di Gabriele Muccino, con Russell Crowe e Amanda Seyfried, racconta il legame tra Jake, scrittore affermato ma emotivamente fragile, e sua figlia Katie, segnata dalla perdita della madre e da una breve infanzia trascorsa accanto a un padre amorevole ma instabile: Jake è schiacciato dal rimorso per l’incidente in cui la moglie è deceduta.
La narrazione si muove su due piani temporali: Katie bambina, accudita da Jake che la ama profondamente ma non sempre riesce a proteggerla, e Katie adulta, che porta nel corpo e nelle relazioni le conseguenze di una doppia perdita.
Jake è un padre intenso, fragile e carismatico allo stesso tempo.
È facile empatizzare con lui, forse fin troppo: il rimorso per la morte della moglie lo assorbe completamente e lo rende meno disponibile ad ascoltare davvero il dolore di Katie.
Si prende cura di lei con grande dolcezza, ma quella cura sembra anche una forma di riparazione silenziosa, che evita il confronto diretto e la possibilità di chiederle scusa per averle “tolto” la madre.
Katie finisce perciò per portare anche il dolore che il padre non riesce ad attraversare. Crescere accanto a un genitore emotivamente instabile significa imparare presto a reggere, a contenere, a sopravvivere. Anche quando quell’adulto “fa del suo meglio”.
Katie si porta addosso una storia non risolta, e da adulta restituisce molto bene il senso di disconnessione, la difficoltà a fidarsi, l’incapacità di abitare pienamente l’intimità. Il suo personaggio è la prova vivente che ciò che accade nell’infanzia non “passa”, ma si sedimenta e fatica a trasformarsi.
Questo peso si infiltra nelle relazioni amorose, nel rapporto con il corpo, nella paura dell’abbandono. Katie diventa una donna congelata. Funziona, lavora, si muove nel mondo. Ma emotivamente resta immobile, come se avesse imparato molto presto che amare è pericoloso, perché ciò che ami puoi perderlo. E perderlo fa troppo male.
Dopo la morte dei genitori, Katie va in adozione dalla zia materna, che le è molto affezionata. Quando, da adulta, è seduta nello studio della psicologa e dice di non sapere amare, di non provare nulla, il film tocca un punto estremamente vero: la dissociazione.
È il corpo che cerca qualcosa che il cuore non può permettersi di sentire. La promiscuità sessuale non è libertà né trasgressione: è un modo per essere vista, per sentirsi esistere per qualche minuto, per avere una conferma corporea di presenza. Ma è tutto meccanico, ripetitivo, vuoto. Perché il coinvolgimento emotivo è troppo rischioso.
Katie spiega, con estrema lucidità emotiva, che va a letto con molti uomini, non prova attaccamento, non sente nulla, né prima né dopo. Dice che non è triste, non è nemmeno arrabbiata. È come se fosse vuota.
La psicologa intuisce – e lo spettatore con lei – che Katie non è incapace di amare, ma si è auto-anestetizzata. Ha congelato l’affettività nel momento in cui ha perso tutto. Prima la madre, poi il padre. Due perdite troppo grandi, troppo ravvicinate, per una bambina.
Quella scena è potente proprio perché non è melodrammatica. Katie non piange, non si dispera. Racconta come un dato di fatto quella che crede un’incapacità di amare. Ed è questo che colpisce: la normalizzazione del vuoto come strategia di sopravvivenza.
La sua vicenda mostra con chiarezza ciò che molti adottati conoscono nel corpo prima ancora che nelle parole: quando l’amore è stato perso troppo presto e senza scelta, il legame diventa pericoloso, l’affetto si congela e il non sentire diventa una forma di autoprotezione dal rischio di perdere ancora.
Il film, forse senza volerlo, dice una cosa molto chiara: l’adozione non annulla ciò che è accaduto prima. Non guarisce, non salva, non ripara. L’adozione non restituisce a Katie la capacità di amare senza paura, perché quella capacità si è spezzata nel momento della perdita.
E questo vale per lei come per molti adottati: il problema non è la qualità della famiglia adottiva, ma l’origine del trauma, che è la separazione.
Katie non è incapace di amare. È terrorizzata dall’amore. Si protegge come può: spegnendo il sentire. E così, quando incontra finalmente l’uomo giusto, quello che potrebbe diventare casa, entra in scena l’altalena affettiva che il film racconta con grande lucidità. Katie si avvicina, riconosce il bisogno, poi si ritrae per sopravvivenza.
È la danza tipica di chi ha perso tutto: se mi lego, soffrirò di nuovo. Se non mi lego, resto sola, dentro un livello di sofferenza che ho imparato a gestire.
Proprio perché il film è così onesto nel mostrare il dolore di una bambina occidentale che perde i genitori in un contesto “non disagiato”, non posso non fare una riflessione:
perché questo sguardo empatico, profondo, rispettoso del dolore del bambino esiste solo in certe storie? Perché, quando un bambino occidentale perde i genitori, il suo dolore viene mostrato e legittimato. Diventa materia narrativa, psicologica, umana.
Quando invece si parla di bambini adottati dall’estero, da Paesi ritenuti “inferiori”, o adottati in Italia da famiglie considerate disfunzionali, subentra la retorica della “vita migliore”. Del “meglio così”. Del “tanto là stavano peggio”.
Come se la perdita fosse meno perdita, l’attaccamento fosse meno vero, il trauma fosse annullato dal comfort materiale.
Padri e figlie dimostra, senza dirlo esplicitamente, che perdere i genitori naturali è un evento fondante, che segna l’identità, le relazioni, il corpo, la capacità di amare. E allora la domanda resta aperta, scomoda, necessaria: perché questa verità vale solo per alcuni bambini e non per tutti?
Forse perché riconoscerla davvero costringerebbe il mondo dell’adozione a fare i conti con ciò che troppo spesso preferisce non vedere.